Genova Moai Body Piercing. Storia Piercing: Capezzoli

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Esistono differenti modi per perforare il capezzolo, sia esso maschile o femminile, tali piercing assumo tutti il nome di nipple, indifferentemente dal posizionamento del gioiello.

I capezzoli vengono forati normalmente alla base, da parte a parte, orizzontalmente, verticalmente o diagonalmente; il foro attraversa il capezzolo parallelamente al seno. Un anello o una barretta può venir posizionato nel foro. Altre pratiche meno usuali comprendono la perforazione dell’areola del capezzolo, con l’applicazione di barrette, o la perforazione superficiale della punta del capezzolo, perpendicolarmente ad esso. Unitamente al piercing del capezzolo trasversale, spesso successivamente alla pratica dello stretiching (allargamento del foro), può essere altresì praticato un piercing a “T” che dalla punta dello stesso si dirige al centro, in direzione del foro trasversale.

È talvolta in uso la pratica di unire con una catenella i due piercing ai capezzoli. Questi oggetti prendono il nome di nipple chain (catenelle per capezzoli). La gioielleria per questo tipo di piercing comprende, tra le altre cose, anche una barretta unica, lunga circa 50–60 cm, che viene inserita in entrambi i capezzoli forati orizzontalmente. Normalmente questo tipo di gioiello ha un uso soltanto provvisorio, in quanto rende difficoltosa la torsione del torace.

Questo tipo di piercing è particolarmente diffuso come complemento erotico, in quanto, una volta guarito, rappresenta un continuo sollecitamento di una zona erogena particolarmente sensibile, stimolante per entrambi i sessi. Assume inoltre valenza di simbolo di sottomissione nel rapporto sadomasochista (allo “schiavo” vengono applicati gli anelli, mentre al “padrone”, delle barrette) e di appartenenza in alcune sottoculture fetish legate al mondo gay/lesbico e alle sottoculture gothic e industrial.

Il piercing del capezzolo (in inglese nipple piercing, lett. “foratura” o “bucatura del capezzolo”; anche detto nipple ring, “anello al capezzolo”; a fine ottocento conosciuto in inglese anche con il nome di bosom ring,[1] “anello da seno”; nella stessa epoca in francese anneaux de sein, “idem”,[1] e, negli anni settanta del Novecento, anche con il nome di percée de sein,[2] “bucatura dei seni”, mentre oggi, nella stessa lingua, viene usato il termine piercing du téton; in tedesco Brustwartzenringe, “anelli per capezzoli” o, anticamente, Busenringen, “anelli al seno”[3]) è un tipo di piercing comunemente praticato forando il capezzolo da parte a parte trasversalmente alla sua base e inserendovi un anello o una barretta. Può essere praticato da ogni angolazione, ma più comunemente viene forato orizzontalmente, più raramente verticalmente o diagonalmente.

Raramente presente nelle società tribali e nell’antichità, poiché interventi al seno femminile ne potevano compromettere la funzione di allattamento,[4][5] il piercing del capezzolo ha goduto di una certa diffusione a partire dalla seconda metà del XX secolo in poi grazie soprattutto al lavoro svolto da Doug Malloy (Richard Simonton), Mr. Sebastian (Alan Oversby), Fakir Musafar (Roland Loomis) e Jim Ward, nella definizione delle tipologie di piercing, delle metodologie di intervento e dei materiali per tali pratiche. Negli ultimi decenni ha goduto anche di una certa diffusione nel mainstream grazie alle celebrità soprattutto nel campo della musica, della moda o dello spettacolo, che ne hanno esibito uno o confessato di averne.

Vari testi riferiscono dell’uso del piercing al capezzolo nella storia, ma una parte di queste fonti sono considerate controverse se non inattendibili. Dati certi si avrebbero su civiltà di nativi americani (Maya e Karankawa) e sulla tarda società vittoriana di fine Ottocento, quando sarebbe divenuto di moda presso le classi agiate con il nome di bosom rings, nel Regno Unito, e di anneaux des seins, in Francia.

Fonti

Sul piercing del capezzolo sono state costruite leggende metropolitane, diffuse soprattutto per responsabilità di Richard Simonton (noto anche come Doug Malloy), autore di una suggestiva e non scientifica “storia del piercing” (Body & Genital Piercing in Brief, inizialmente diffuso tra gli anni sessanta e settanta come pamphlet dalla Gauntlet[6]) che, dopo la sua pubblicazione su ReSearch 12: Modern Primitives[7] nel 1989, è divenuta col tempo fonte per varie altre pubblicazioni. Molte (se non tutte) delle presunte notizie storiche presenti nel testo sono tuttavia frutto di fantasia e si sono dimostrate infondate.[8][9][10]

Esiste una discreta letteratura sul piercing del capezzolo femminile, ma una parte delle informazioni sono ritenute controverse e talvolta giudicate inattendibili. Al di là della leggenda screditata,[8][9][10] che afferma essere in uso il piercing ai capezzoli tra i centurioni romani al seguito di Cesare, la letteratura relativa a tale pratica negli uomini è invece molto più povera rispetto a quella che riguarda la pratica di tale piercing tra le donne.

Le società tribali

Secondo Desmond Morris, nelle società tribali le modificazioni corporee al seno e il piercing del capezzolo sono abbastanza rari, ma non del tutto sconosciuti, perché interferiscono con l’allattamento al seno.[4][5] E perciò, laddove diffusa presso tali popoli, sia praticata più dai maschi che non dalle femmine.

Alphonso Lingis, nel suo Excesses: Eros and Culture,[11] sostiene che presso i maya fossero in uso numerose forme di modificazione corporea, oltre al ben noto allungamento del cranio, utilizzassero, sia per scopo rituale che ornamentale, perforare lobi, narici e labbro inferiore, così da inserirvi spine, denti di animale, perle, catene, anelli.[12] Praticavano la clitoridectomia sulle ragazze e la circoncisione sui ragazzi.[12] Praticavano la scarificazione e adornavano il pene inserendovi pietre colorate e anelli nel glande.[12] Assieme a una moltitudine di altre pratiche, erano soliti inoltre perforare i capezzoli inserendovi degli anelli.[12]

Gli uomini Karankawa, una popolazione di nativi americani estinta che abitava il golfo del Messico, in Texas, usavano dipingersi il corpo, tatuarsi e perforare il labbro inferiore e i capezzoli con piccoli pezzi di canna.[13][14][15][16] La testimonianza proviene da coloni spagnoli insediatisi negli stessi territori in cui vivevano i Karankawa, che risiedevano nelle vicinanze dell’Isola del Padre, dove Padre Jose Nicholas Balli costruì una missione proprio con il proposito di convertire questi nativi americani al cristianesimo.[14] Oltre a sottoporsi a queste pratiche di piercing, viene riportato inoltre che i Karankawa si cospargessero il corpo di fango e grasso animale e che praticassero il cannibalismo su nemici morti, così come su prigionieri vivi.[14] Questa popolazione venne in seguito forzatamente spostata nel Texas dell’ovest, dove furono probabilmente sterminati.[14]

Un controverso articolo pubblicato dalla rivista World Medicine nel novembre del 1978 a firma Tim Healey, Those Little Perforations, afferma che il piercing al capezzolo sarebbe stato in uso anche nell’Africa sahariana, presso le donne delle tribù berbere cabile (abitanti nella regione algerina della Cabilia).[17] C’è chi sostiene che tale pratica non solo non abbia alcun riscontro documentale, ma risulti alquanto improbabile, visto il tipo di materiali di cui dispongono tali tribù che renderebbe assai difficoltosa la guarigione di un simile tipo di piercing.[9][13] Tuttavia Irvin Bloch, nel suo libro Sexual Life in England. Past and Present (1938),[18] afferma anch’egli che la moda della foratura del capezzolo sarebbe stata comune tra le donne di Tunisi e dell’arcipelago greco.[19] Neumann, nel suo John Bull beim Erziehen (1901), riporta inoltre di un libro del 1857 in cui si fa riferimento alle donne e alle ragazze egiziane, greche e creole che avrebbero indossato gioielli ai capezzoli, facendo notare che però questi non sarebbero stati passati all’interno di fori praticati con degli aghi, ma che gli anelli sarebbero solamente stati stretti ai capezzoli in giovane età, in modo che gli stessi, crescendo, li avrebbero inglobati permanentemente crescendovi attorno.[20] Questa forma di “anelli ai capezzoli” stretti attorno ai capezzoli, senza che venga praticato un piercing vero e proprio, viene riportata anche dal citato Bloch nel suo precedente Beiträge zur Aetiologie der Psychopathia sexualis del 1903,[21] che suggerisce che gli anelli dovevano essere di legno leggero e sottile, e da Friedrich Salomo Krauss nel suo Die anmut des frauenleibes mit Abbildungen nach original Photographien del 1904,[22] il che renderebbe maggiormente plausibile la pratica, che non avrebbe danneggiato così i dotti lattofori né fatto correre il rischio di problematiche dovute all’apertura di ferite nel tessuto epidermico, quali infezioni, rigetto o allergie, pur rappresentando una forma di adornamento che potrebbe appunto assumere ugualmente il nome di nipple rings nelle fonti citate. Anche i Dr. Rustam J. Mehta, nel suo Scientific Curiosities Of Sex Life del 1912,[23] aggiunge che un tempo molte signore avrebbero indossato catenelle agganciate da un capezzolo all’altro al posto degli anelli, riferendo anch’egli che l’uso di indossare anelli ai capezzoli (ma facendo riferimento alla pratica di forarli), sebbene non più diffuso in Europa, continui a essere in uso presso le donne tunisine e dell’arcipelago greco.[24] Va tuttavia detto che a tutt’oggi non sussiste conferma di queste storie, né alcuna evidenza fotografica: nessuna delle numerosissime immagini di nudo scattate da fotografi europei tra fine Ottocento e inizio Novecento nell’Africa del Nord, che ritraggono ragazze marocchine, tunisine, cabile, beduine e di altre etnie dell’area, riporta conferma che questa pratica fosse in uso almeno in quegli anni.

Antichità

Una delle più celebri storie inventate da Simonton in merito al piercing al capezzolo è quella, a detta del ricercatore statunitense, della pratica invalsa presso i centurioni della Roma antica di età imperiale, se non addirittura presso lo stesso Giulio Cesare, di forarsi i capezzoli inserendo un anello al fine di assicurarvi la tunica, come segno di virilità e coraggio.[6] Nonostante nell’antica Roma fossero in uso dei piercing genitali, quali ad esempio quello del prepuzio,[25] che veniva frequentemente operato dagli attori per rendersi maggiormente attraenti, o la cosiddetta infibulazione delle schiave, consistente nel praticare un piercing alle grandi o alle piccole labbra in prossimità dell’ingresso della vagina, inserendovi un anello, con lo scopo di preservarne la castità (pratica, secondo le fonti, invalsa comunque anche presso i greci e le culture indo-persiane),[26][27][28] non vi è alcuna evidenza storica che l’affermazione di Simonton riguardo al piercing al capezzolo tra i centurioni romani abbia un qualche fondamento di verità (né vi è alcuna prova che il piercing del capezzolo fosse in uso nella civiltà greco-romana) e si tratta di fatto di una fantasia che Simonton trasse vedendo alcune sculture di epoca barocca che indossavano corazze romane, sulle quali erano applicati degli anelli su cui veniva effettivamente fissata la tunica.[8][9]

Ivan Bloch, nel suo libro Sexual Life in England. Past and Present,[18] rifacendosi a una fonte antecedente, E. Neumann John Bull beim Erziehen (1901),[29] afferma che la pratica della foratura dei capezzoli fosse in uso anche presso gli antichi egizi e che venga menzionata in “vecchi romanzi italiani”.[31] Rustam J. Mehta, nel suo Scientific Curiosities Of Sex Life del 1912[23] aggiunge, citando Bloch, che questo tipo di pratica era menzionata anche in vecchi libri spagnoli.[24] Per quanto riguarda l’Antico Egitto, Victoria Sherrow nel suo For Appearance’ Sake. The Historical Encyclopedia of Good Looks, Beauty, and Grooming del 2001[32] unitamente a Desmond Morris nel suo The Naked Woman. A study of the female body del 2004,[33] conferma che la pratica di esporre il seno nudo, invalsa per un certo periodo nella civiltà egizia, portava a decorarlo in varie maniere, ma non fa riferimento alla perforazione dei capezzoli, bensì riferisce che la regina Nefertari, così come altre donne aristocratiche egiziane, usava decorare i propri capezzoli dipingendoli con della vernice dorata.[5][34]

Alcune fonti secondarie affermano che la regina Cleopatra avrebbe avuto il capezzolo sinistro introflesso e che per guarire da questa malformazione sarebbe ricorsa a una forma di piercing, forando il capezzolo e inserendovi uno o più sassolini.[10][35] Ivan Bloch nel suo Beiträge zur Aetiologie der Psychopathia sexualis del 1903[36] riferisce anch’egli del piercing ai capezzoli della regina Cleopatra, asserendo che avrebbe invece indossato anelli al seno.[21] Tuttavia nessuna di queste fonti cita la fonte primaria da cui proverrebbe l’informazione. Ugualmente priva di alcun supporto documentale è la leggenda che afferma che la pratica sarebbe stata in uso presso le donne della Roma antica al fine di ingrandire e abbellire il seno. Mentre è confermato da fonti storiche che tra le donne romane fosse in uso abbellire i capezzoli tingendoli con del rossetto.[5] È il caso per esempio dell’imperatrice Messalina, che per tale motivo divenne oggetto delle satire di Giovenale.[5]

La rivista Gnostica News, in un numero del 1978, sostiene che la pratica del piercing al capezzolo sarebbe inoltre stata in uso presso le culture “tantriche” storiche dell’India e del Tibet, unitamente ad altre pratiche di decorazione del corpo.[37]

Medioevo

Hans Peter Duerr, nel suo libro Dreamtime,[38] racconta come nel XIV secolo, presso la corte della regina Isabella di Baviera, sarebbe divenuta in uso la moda femminile della “grande scollatura”: le scollature degli abiti si sarebbero abbassate tanto da scoprire l’ombelico. I seni così esposti, sarebbero stati talvolta decorati, i capezzoli sarebbero stati colorati con del rossetto, ornati con anelli tempestati di diamanti o piccoli cappucci, e talvolta forati passandovi attraverso delle catenelle d’oro.[8][39]

Bloch ne segnala inoltre l’uso come strumento di tortura nella Spagna medievale per opera dell’inquisizione che l’avrebbe praticata su ragazze e donne eretiche, forando loro i capezzoli, se non l’intera mammella, con spilloni o chiodi arroventati, inserendo poi nel foro degli anelli di ferro.[19] Gli anelli nei capezzoli sarebbero serviti per immobilizzare le prigioniere nude a dei pali dove sarebbero poi state fustigate con delle canne o dei bastoni.[19] Tale uso quale strumento di tortura sarebbe inoltre attestato anche presso i turchi, che l’avrebbero messo in pratica su giovani ragazze armene.[19] Bloch stesso suggerisce tuttavia l’idea che queste testimonianze sembrino essere più delle fantasie erotiche, non fornendo fonte documentale a comprovarne la reale pratica.[19]

Età Barocca

Il citato, controverso, articolo Those Little Perforations, apparso sul giornale medico World Medicine nel 1978, attesterebbe l’uso della perforazione del capezzolo femminile anche nel XVII secolo presso le corti del re Luigi XIV di Francia e del re Carlo II d’Inghilterra.[17][13] Così come accaduto tre secoli prima alla corte della regina Isabella di Baviera, anche nella Francia del periodo barocco sarebbe infatti divenuta di moda una scollatura tanto ampia da esporre i capezzoli.[13] La Chiesa avrebbe condonato questa moda solamente perché le signore, inserendo degli anelli d’oro nei loro capezzoli, facevano in modo che il seno non fosse completamente nudo.[13] La moda, una volta attraversata la Manica, avrebbe trovato emuli tra le nobili inglesi che si sarebbero spinte a forarsi a loro volta i capezzoli inserendovi degli anelli d’oro come ornamento.[13]

Ivan Bloch, rifacendosi a Isaac Disraeli,[40] conferma infatti la moda della grande scollatura, che si sarebbe spinta a esporre i seni delle gran dame, presso la corte inglese di Carlo II, coeva a quella del Re Sole, ma non fa alcun cenno alla pratica della perforazione dei capezzoli.[41] La moda scandalizzò benpensanti e puritani e fu oggetto di una severa condanna morale da parte di costoro, tanto che vennero pubblicati dei libelli atti a bacchettare questa e altre abitudini considerate “sconvenienti”.[19][40]

La moda vittoriana

Numerose testimonianze riportano che tra le signore britanniche (ma anche tra alcuni uomini) di tarda epoca vittoriana, cioè attorno tra gli anni ottanta e novanta del XIX secolo, fossero divenuti di moda i cosiddetti bosom rings (“anelli da seno”). La pratica di perforazione dei capezzoli con applicazione di anelli d’oro o di spille ingioiellate, talvolta uniti da catenelle, avrebbe avuto lo scopo di aumentare la forma degli stessi, come rimedio contro il capezzolo introflesso, ma anche per pura stimolazione erotica. Pare la pratica avesse avuto origine a Parigi con il nome di anneaux de sein (“anelli da seno”) e da lì avrebbe poi attraversato la Manica per prendere piede nella capitale britannica.[1][42] A Londra la foratura dei capezzoli veniva effettuata da alcuni gioiellieri specializzati e alcune fonti riportano che un gioielliere di Bond Street affermava di aver forato i capezzoli di oltre 40 signore e giovani ragazze londinesi.[42] Altre fonti si spingono ad affermare che tra le signore vittoriane ad avere i capezzoli forati, vi fosse anche una non meglio identificata celebre attrice del Gaiety Theatre, che indossava una lunga fila di perle appesa da un capezzolo all’altro, ai capi della quale vi erano due archetti con cui la teneva ancorata ai capezzoli forati, oltre a uno smeraldo nell’ombelico e un perizoma di oro puro;[19][43] una famosa cantante, che avrebbe collegato gli anelli ai propri capezzoli l’uno all’altro con una corta catenella;[20] Lady Randolph Churchill, la madre del primo ministro britannico Winston Churchill, che era comunque per certo anche tatuata.[42][44] Valerie Steele, nel suo Fashion and eroticism. Ideals of feminine beauty from the Victorian era to the Jazz Age del 1985,[45] riporta inoltre una testimonianza, tratta da un numero della rivista Society del 1899, in cui si afferma che a ad avere i capezzoli forati, indossandovi degli “anelli da seno” (breast rings) vi fossero anche tre nobili ragazze francesi, figlie di un marchese.[46]

l dottor S.G. Tuffill nel suo Sexual Stimulation. Games Lovers Play del 1973 riporta anch’egli testimonianza che era molto comune per le giovani ragazze vittoriane avere i propri lobi delle orecchie forati in giovane età, sostenendo che, in concomitanza, venissero forati anche i capezzoli.[47] Entrambe le operazioni, inoltre, dovevano avvenire il prima possibile, a partire da quando i capezzoli cominciavano a svilupparsi ed entro i 15 anni di età.[47] Era convinzione, infatti, che più giovani erano nel momento in cui foravano i loro lobi e i loro capezzoli, meglio era per loro, in quanto la carne più giovane era ritenuto fosse meno sensibile al dolore, non esistendo all’epoca alcun anestetico.[47] Tuffill prosegue affermando che quando i capezzoli venivano forati, venivano indossati degli “allenatori”, costituiti da dischi di osso o di metallo, talvolta d’oro, con un foro al centro abbastanza largo da far passare il capezzolo, un secondo disco veniva piazzato sopra il primo e distanziato da questo con tre viti, mentre una barretta veniva fatta passare nel foro praticato nel capezzolo.[47] I due dischetti venivano periodicamente allontanati, allentando le viti, in modo che guarendo il capezzolo assumesse una bella forma ben sporgente, in modo da agevolare così l’allattamento al seno.[47] Max Wykes-Joyce, nel suo Cosmetics and Adorment. Ancient and Contemporary Usage del 1961, fa cenno anch’egli a questa moda invalsa presso le ragazze dell’alta società vittoriana ed edwardiana di fine 800-inizi 900, accennando anche alla gioielleria da indossare nei capezzoli forati, che spesso veniva prodotta in abbinamento con quella per i fori nei lobi delle orecchie, che spesso venivano fatti in contemporanea, così da avere capezzoli e orecchie abbinati.[43] Wykes-Joyce aggiunge che queste ragazze usavano indossare normalmente dei semplici anelli d’oro nei loro capezzoli durante il giorno, per sfoggiare, nelle occasioni di gala, gioielleria più sofisticata, sotto i loro corsetti.[43]

A tale moda fanno riferimento inoltre Iwan Bloch nel suo Beiträge zur Aetiologie der Psychopathia Sexualis del 1903[21] e nel suo Sexual Life in England. Past and Present del 1938 (la cui edizione originale in tedesco è del 1907);[18] Friedrich Salomo Krauss nel suo Die anmut des frauenleibes mit Abbildungen nach original Photographien del 1904;[22] Rustam J. Mehta in Scientific Curiosities Of Sex Life del 1912;[23] Stephen Kern in Anatomy and Destiny del 1975;[48] Bruce Felton e Mark Fowler in Felton & Fowler’s More best, worst, and most unusual del 1976;[49] Richard Sennett in The Fall of Public Man. On the Social Psychology of Capitalism del 1977;[50] Hans Peter Duerr nel suo Dreamtime del 1987,[38] e molti altri.[51] Oltre questi, a trattare della moda ottocentesca dei bosom rings, vi sono numerosi periodici di fine Ottocento quali The English Mechanic and World of Science,[52] Family Doctor, Society e The Illustrated Boston News, attualmente almeno in parte reperibili e che confermano uno scambio di lettere e testimonianze su questo argomento che attesterebbero con una certa sicurezza l’esistenza della moda della perforazione dei capezzoli tra le giovani donne dell’alta società britannica, francese e statunitense, oltre che tra alcuni uomini.[20][53][54] Il citato saggio di Valerie Steele, inoltre, conferma anch’esso la pratica della foratura dei capezzoli presso le donne dell’età vittoriana, associandola ad altre pratiche quali l’uso del corsetto e la fustigazione, facendoli rientrare così in un contesto sadomasochista, e aggiungendo che tale pratica era invalsa tanto presso le donne quanto presso gli uomini, in un contesto di travestitismo masochista,[55] citando direttamente anche altre testimonianze presenti nelle riviste dell’epoca, non menzionate dagli altri autori. La Steele tuttavia, in un altro suo saggio, Fetish. Fashion, Sex, and Power del 1996, afferma di non dubitare dell’esistenza di questa e di altre pratiche feticistiche e sadomasochiste, quali la fustigazione e il feticismo per i corsetti, ma mette in dubbio la veridicità delle varie testimonianze riportate dalle riviste citate di fine Ottocendo, che inserirebbero la pratica della perforazione dei capezzoli i contesti scolastici o aristocratici, reputandole esagerate, considerandole alla stregua di fantasie erotiche che enfatizzavano la realtà, di modo che, a suo parere, non è del tutto chiaro che cosa sia vero e che cosa no.[56]

Grazie alle indagini svolte sulla stampa ottocentesca, è possibile risalire all’origine di questa storia in una lettera apparsa nell’aprile del 1888 sul periodico inglese The English Mechanic and the World of Science a firma di Jules Orme, un uomo di origine polacca che descrisse di essersi sottoposto al piercing ai capezzoli durante l’adolescenza, assieme ad alcuni suoi compagni di classe quando frequentava le superiori, menzionando inoltre il fatto di aver visto in precedenza una donna polacca che li indossava.[57] A questa lettera seguirono risposte e controrisposte per circa un anno, fino al maggio del 1889. Ma ulteriori testimonianze e lettere continuarono a comparire fino alla fine del secolo anche su alcune altre riviste. Le lettere riportano testimonianze di esperienze di come tale pratica fosse invalsa nelle società britannica e francese di fine secolo, tanto presso le donne quanto presso gli uomini.[57] La maggior parte delle risposte era di carattere scandalizzato o indignato e contrario a tale tipo di pratica, considerandola innaturale e “selvaggia”.[52] Accanto a esse vi erano risposte di alcuni medici britannici che si spingevano a raccomandare tale pratica alle proprie pazienti, al fine di aumentare le dimensioni dei capezzoli e facilitare così l’allattamento.[25] Mentre altri, al contrario, vi si opponevano, considerandola dannosa per l’allattamento al seno e possibile causa di cancro.[57] Non si fa invece mai menzione di problemi di infezione o di allergie ai materiali utilizzati durante la guarigione dei fori.[57]

Tra le altre testimonianze che emergono da queste riviste di fine Ottocento, vi è la prima risposta alla lettera di Jules Orme, proveniente da una ragazza britannica di nome Constance, che affermava di aver ricevuto la richiesta da parte di suo cugino Jack (che era anche il suo fidanzato e i due si sarebbero sposati l’estate successiva) di farsi forare i capezzoli a sua volta, dato che lui li aveva già e glieli aveva mostrati.[57] Un’altra testimonianza proviene da una ragazza di vent’anni di nome Fanny, che, in risposta a chi sostiene che il piercing ai capezzoli interferirebbe con l’allattamento al seno, riferisce di essere una madre di famiglia e di aver allattato tutti i suoi figli da sola senza alcuna difficoltà.[52][57] Fanny afferma inoltre di essersi fatta forare i capezzoli da un esperto quando aveva quindici anni, su richiesta di un suo amico intimo (che data l’epoca poteva essere al contempo un cugino e un fidanzato), e di indossarvi ininterrottamente degli anelli da allora senza aver mai avuto alcun problema.[52][57] Tra le altre testimonianze vi è inoltre chi fa riferimento a delle insegnanti di scuola di perfezionamento che avrebbero forato personalmente i capezzoli delle loro allieve o che le avrebbero accompagnate a farsi forare presso degli studi specializzati in questa operazione.[20]

Un’ulteriore testimonianza presente in questi periodici di fine Ottocento, racconta nei dettagli tanto l’operazione, quanto gli strumenti utilizzati in uno studio parigino.[42][57] La testimonianza proviene da una giovane donna britannica di nome Costance, recatasi a Parigi per visitare l’Esposizione Universale del 1889 assieme alla sorella minore Millie.[42][57] Costance racconta nei dettagli come sia lei che la sorella si siano fatte forare i capezzoli da una certa Madame Beaumont, che praticava questa operazione a Parigi, nel proprio appartamento nelle vicinanze di Rue de Rivoli, dove soddisfava i piccoli bisogni delle signore parigine, quali tingere i capelli, mettere lo smalto alle unghie, forare le loro orecchie e talvolta i loro capezzoli.[42][57] La Beaumont aveva un vasto assortimento di anelli d’oro realizzati appositamente per essere indossati nei capezzoli e sia lei che la figlia avevano i capezzoli forati e indossavano questo tipo di gioielli.[42][57] La Beaumont si era inoltre fatta costruire un’apposita pinzetta (non molto dissimile da quelle utilizzate dai piercer odierni) dotata di due tubicini alle estremità e di una vite per bloccare lo strumento attorno al capezzolo, in modo tale da praticare il foro correttamente senza che il “punteruolo”[N 1] utilizzato per bucare il capezzolo deviasse dal suo percorso durante l’operazione.[42][57] Una volta infilato l’ago nel capezzolo la pinzetta veniva rimossa, l’anello veniva quindi appoggiato alla base dell’ago e fatto passare nel foro così da completare l’operazione, disinfettando con dell’acqua canforata, che la Beaumont consigliava di utilizzare fino a guarigione avvenuta.[42][57] La Beaumont affermò che Costance e la sorella Millie erano le prime signorine britanniche cui aveva forato i capezzoli, ma di aver compiuto questa operazione su diverse signore statunitensi e su molte donne francesi e da altre parti d’Europa.[42][57]

Irvin Bloch, nel suo citato Sexual Life in England. Past and Present,[18] riporta un estratto da un numero del periodico britannico Society del 1899, in cui appare una lettera di una modista di Oxford Street che testimonia di essersi sottoposta a tale pratica, elogiandone i vantaggi una volta guariti i fori.[19] La ragazza, che si dimostrava inizialmente titubante e scettica, scoraggiata dal dolore che l’operazione avrebbe comportato, alla fine si è convinta vedendo che gli anelli ai capezzoli, indossati da sue clienti e colleghe, donavano un aspetto al seno maggiormente gradevole.[19] Dopo essersi sottoposta all’operazione della foratura dei capezzoli e una volta guariti i piercing (non indicando che cosa abbia indossato nei fori fino a guarigione completata), ha deciso di indossare degli anelli d’oro, confessando di non trovarli affatto scomodi o dolorosi, ma che, anzi, il movimento degli anelli stessi le avrebbe provocato un piacevole “solletico”, cosa questa confermatale da sue colleghe che indossavano anche loro anelli ai capezzoli.[19]

Nel testo di Neumann vi sono ulteriori riferimenti che riportano come la moda avesse preso piede, oltre che a Parigi e Londra, anche presso giovani donne della costa orientale degli Stati Uniti, che si sarebbero recate fino a Parigi per farsi forare i capezzoli da gioiellieri specializzati, nonostante a New York vi fosse una “clinica per massaggi” il cui personale femminile praticasse questa operazione.[20] Neumann riporta inoltre numerose lettere apparse nelle riviste Family Doctor, Society e The Illustrated Boston News, citando alla fine anche alcuni indirizzi di gioiellerie parigine e londinesi che praticavano la perforazione dei capezzoli e vendevano gioielli dai utilizzare in questi piercing, menzionandone alcuni situati a Parigi in Rue de la Paix, Palais Royal, Rue Leopold, Rue St. Honoré, e a Londra a Bond Street e nel Westend.[20]

Tra i testi provenienti dalle riviste citate di fine ottocento, vi è comunque anche chi sostiene che quella dei capezzoli forati non fosse una moda dell’ultimo decennio dell’Ottocento, ma che fosse in voga già da qualche lustro: un lettore, afferma infatti, nella sua lettera alla rivista, che una duchessa sua conoscente, recentemente deceduta, indossava gli anelli ai capezzoli da almeno venticinque anni.[20] Vi è inoltre un’ulteriore riferimento del periodo alla perforazione dei capezzoli in alcuni dei disegni a tema erotico e feticista di Franz von Bayros, che esibiscono seni femminili nudi con capezzoli forati che indossano anelli di grandi dimensioni, come è evidente ad esempio nella Tavola VI dal portfolio Im Garten der Aphrodite, il cui soggetto femminile indossa due grossi anelli ai capezzoli collegati tra essi da una catenella.[58]

XX secolo

La pratica di forare i capezzoli sarebbe attestata tra i marinai britannici e statunitensi del XX secolo quale rito di passaggio al doppiare una determinata linea (dell’equatore, dei tropici o la linea internazionale del cambio di data) e varie immagini di marinai tatuati lo confermerebbero.[13][59] Steven Zeeland, nel suo Sailors and sexual identity. Crossing the line between “straight” and “gay” in the U.S. Navy del 1995,[60] riferisce di una pratica similare, in voga sempre tra i marinai statunitensi in tempi più recenti, nell’intervista a un marinaio di nome Ray nel capitolo intitolato The Navy Corpsman Nipple Piercing Ritual (“La tradizione del rituale del piercing al capezzolo tra gli infermieri della marina”).[61] Nel testo viene riferito di una tradizione in voga tra i marinai dell’infermeria di stanza a Okinawa, presso 3º Battaglione Medico di Camp Hansen, che consiste nel praticare il piercing al capezzolo come segno di appartenenza al corpo di stanza in quella precisa località.[61] Il rituale non ha alcuna connotazione di preferenza sessuale, viene praticato indistintamente tanto da marinai gay quanto da quelli etero, e viene svolto tra commilitoni, perforandosi i capezzoli a vicenda.[61]

La pratica del piercing ai capezzoli era inoltre parzialmente diffusa anche durante la prima metà del XX secolo, prima dell’avvento del moderno piercing, tra dagli artisti delle fiere, i cosiddetti sideshow, dove fachiri, uomini e donne tatuati talvolta si spingevano a praticare anche piercing “intimi”. Una testimonianza in tal senso ci proviene anche dal sito BME – Body Modification Ezine, in cui un lettore testimonia di aver incontrato da bambino una donna a una di queste fiere, che stava allattando all’interno di una tenda e indossava numerosi piercing, compresi due anelli d’oro ai capezzoli.[62] Tra gli artisti da sideshow più celebri vi è Rasmus Nielsen, il cui spettacolo consisteva nel sollevare una incudine appesa ai suoi piercing ai capezzoli.[63][64] Diverse fotografie di donne tatuate, alcune appartenenti proprio al mondo dei side show, provenienti dalla Kobel Collection dimostrano anch’esse come la pratica non fosse del tutto sconosciuta durante la prima metà del Novecento.[65] Tra questi Charlotte Hoyer, una mangiatrice di spade tedesca degli anni quaranta/cinquanta, indossava svariati piercing: oltre alla lingua, aveva forati entrambi i capezzoli, le piccole e grandi labbra della vulva.[66][67] Kathy, una celebre spogliarellista britannica degli anni sessanta, aveva entrambi i capezzoli forati ornati con vistosi pendent[68] Elizabeth Weinzirl, celebre donna tatuata, aveva avuto i capezzoli forati durante gli anni sessanta.[69][70]

Ethel Granger, riconosciuta nel Guinness dei primati come la donna con la vita più stretta, dato che, attraverso utilizzo del corsetto aveva raggiunto un giro vita di soli 13 pollici (33 cm)[71][72][73] durante gli anni trenta, su suggerimento del marito, si era da questi fatta forare lobi, setto e narici. Successivamente gli aveva consentito di forarle anche i capezzoli, allargando con il tempo i fori grazie all’inserimento di anelli via via di maggiore spessore.[13][74] Nei capezzoli aveva infatti inserito inizialmente degli anelli di 0,25″ (circa mezzo centimetro) di spessore, allargando poi i fori fino a permetterle di inserire degli anelli da 2,5″ (circa 6cm) di diametro e 0,3″ (circa 0,7cm) di spessore, che indossava costantemente.[71]

Tra gli anni sessanta e settanta, la pratica del piercing al capezzolo comincia a diffondersi tra le sottoculture BDSM e gay leather, grazie soprattutto al lavoro svolto da Doug Malloy (Richard Simonton), Mr. Sebastian (Alan Oversby), Fakir Musafar (Roland Loomis) e Jim Ward. Si deve a loro l’impegno nella diffusione della pratica del piercing, alla realizzazione della gioielleria per piercing, alla definizione di metodi e tempi di guarigione per ogni singolo piercing. L’aumento di interesse nei confronti del piercing che si stava sviluppando durante gli anni settanta, spinse Simonton a consigliare a Jim Ward, che all’epoca lavorava come corniciaio, di avviare un’attività di piercing. Nel 1975 Simonton finanziò Ward per avviare il suo studio di piercing Gauntlet, originalmente con base nella casa di Ward, dove questi iniziò a produrre gioiellerie per piercing e imparare su come praticare i vari tipi di piercing. L’attività, la prima nel suo genere, ebbe inizio nel novembre del 1975 e questa è considerata la data di inizio della moderna industria del body piercing.[75][76][77]

Nel 1971, S.G. Tuffill, nel suo saggio Sexual Stimulation in Marriage,[78] pubblicato a Londra da Mac Gibbon & Key e ristampato nel 1973 negli Stati Uniti da Grove Press con il titolo Sexual Stimulation. Games Lovers Play,[79] scrive estesamente del piercing al capezzolo in uso quale pratica erotica consensuale all’interno delle coppie eterosessuali e quindi come gioco sessuale, talvolta con risvolti sadomasochisti, in altri casi di semplice stimolazione tattile e visiva, che godeva all’epoca – le testimonianze raccolte vanno grosso modo da metà anni cinquanta alla data della pubblicazione – già di una considerevole diffusione.[80] Tuffill per il suo lavoro raccoglie numerose testimonianze apparse nei precedenti quindici anni su varie fonti, tra le quali riviste come The Journal of Human Relations, Penthouse, London Life, Bizarre, Exotique e altre ancora.[80] Tuffill cita una coppia, in cui la moglie si fa forare i capezzoli dal medico di famiglia su richiesta del marito, per inserirvi poi dei piccoli anelli d’oro;[81] una coppia di fidanzati in cui entrambi hanno i capezzoli forati e giocano con i loro piercing unendoli assieme;[82] un’altra testimonianza riporta il gioco BDSM di una coppia, in cui il marito assicura a degli anelli fissati al pavimento gli anelli che questa porta nei propri capezzoli, prima di sculacciarla;[82] ancora un’altra coppia sposata in cui il marito perfora i capezzoli della moglie personalmente, inserendovi degli anelli di un diametro abbastanza grande e dai quali, una volta guariti, la donna afferma trarne eccitazione sessuale;[83] un’altra coppia sposata, la cui proposta, da parte del marito, di forare i capezzoli alla moglie, dopo averle mostrato una fotografia di una ragazza tatuata che aveva a sua volta i piercing ai capezzoli, viene da questa accolta con entusiasmo e praticata dapprima senza successo con un grosso ago da cucito, in seguito con una pistola per forare le orecchie;[84] un’altra testimonianza riporta informazioni sulla storia del piercing al capezzolo, ricordando la moda dei Bosom Rings vittoriani e illustrando le tecniche per attuare correttamente un piercing al capezzolo.[85]

Negli anni settanta la pratica del piercing del capezzolo sembra iniziare a farsi strada timidamente anche fuori dagli ambienti underground, come testimonierebbero alcune pubblicazioni di quel periodo. Nancy Friday nel suo celebre Il mio giardino segreto. Fantasie erotiche femminili (My Secret Garden. Women Sexual Fantasies), una ricerca sulle fantasie erotiche femminili pubblicata originalmente negli USA da Simon & Schuster nel 1973, riporta una di fantasia masturbatoria che comprende la perforazione rituale dei capezzoli con aghi roventi, poi sostituiti con enormi anelli.[86] Nel seguito di questo volume, Forbidden Flowers. More Women’s Sexual Fantasies, pubblicato, sempre da Simon & Schuster nel 1975, si ritrova un’altra fantasia masochista similare di play piercing da parte di una ragazza ventiquattrenne, la quale riporta di non limitarsi solamente a fantasticare di essere sottoposta alla tortura degli aghi roventi nei capezzoli, ma di mettere talvolta in pratica la propria fantasia.[87]

Larry “The Silver Fox” nel suo libro autobiografico del 1974 My life with Xaviera “The Happy Hooker”, in cui narra dei tre anni vissuti con Xaviera Hollander, racconta di un loro incontro, durante una serata orgiastica, con due ragazze longilinee e dall’aspetto adolescenziale, Lori e Juie, che, Xaviera gli presenta come: “Queste sono le ragazze con gli anelli”.[88] Alla richiesta di maggiori dettagli Xaviera gli dice che sono due tra le “creature più erotiche del mondo”, precisando che non si tratta di prostitute, ma di due ragazze che amano divertirsi e che hanno entrambi i capezzoli e le grandi labbra vaginali forati e che inseriscono degli anelli in questi fori, così come fa una donna con i lobi delle orecchie forati, ma che al posto degli orecchini, Lori e Julie indossano delle catenelle o delle chiavi appese ai loro anelli.[88] Nel numero 7, volume 40, del febbraio 1974 della rivista Sexology, compare la richiesta di una lettrice in merito alla perforazione dei capezzoli richiestale dal marito.[89] La lettrice afferma di avere già piercing genitali alle piccole e grandi labbra, fattele dal marito, e chiede delucidazioni in merito al rischio di infezioni dell’eventuale perforazione dei capezzoli, cosa che il redattore le sconsiglia di fare.[89] Nel numero 2, volume 41, del settembre dello stesso anno, segue una risposta da parte di un altro lettore, che sostiene che la pratica è “facile come forare i lobi delle orecchie”.[90] Il lettore continua rassicurandola e affermando che la pratica della foratura dei capezzoli sarebbe comune in Egitto, Nord Africa, Grecia, Italia e Spagna, e che non vengono menzionati problemi di infezione nella letteratura, consigliandole infine di abbandonare ogni esitazione, comprare dei gioielli da inserire nei capezzoli e mettere in pratica il suo desiderio di forarsi i capezzoli.[90]

Bruce Felton e Mark Fowler, nel loro Felton & Fowler’s More best, worst, and most unusual del 1976,[91] riferiscono di come la moda, già in voga durante la Belle Epoque, della perforazione dei capezzoli presso le signore francesi, britanniche e statunitensi, con l’inserimento di anelli d’oro o d’argento o di spille ingioiellate, stesse godendo di un certo revival nella Costa Azzurra di fine anni settanta, tra le appassionate del topless o del nudismo, che si esponevano al sole esibendo il seno nudo decorato da piercing ai capezzoli.[49] A supportare questa rinascita della moda di forare i capezzoli inserendovi anelli e altri gioielli, vi è anche un trafiletto della rivista New Times dell’ottobre 1975, che riporta la notizia che sulla Costa Azzurra, al fianco della moda del topless, che sta già venendo surclassata da quella del nudo integrale, si sta diffondendo anche la moda del percée de sein, ovvero della foratura dei capezzoli con l’esibizione di vistosi gioielli inseriti nei fori.[2] La rivista completa la testimonianza con la foto di una ragazza che esibisce due vistosi pendent appesi ai suoi fori nei capezzoli.[2]

A ulteriore attestazione che la pratica stava prendendo piede in questi anni nel mondo occidentale, vi sono anche alcune storie contenute nel sito BME – Body Modification Ezine, che riportano testimonianze di come la pratica avesse iniziato a prender piede limitatamente con tecniche e materiali non professionali, data la limitata presenza di studi di piercing professionali in quegli anni. Vi è ad esempio la testimonianza di una donna che, nel 1999, definendosi una “pioniera del piercing del capezzolo”, riferisce di essersi forata da sola i capezzoli nel 1974, quando aveva circa vent’anni e senza che vi fossero stimoli esterni a indurla in tale pratica, ma solamente il desiderio di decorare il proprio corpo e giungendovi dopo aver forato numerose volte le orecchie e una narice.[92] La testimone riferisce di esservi riuscita dopo più esperimenti e aver provato a usare aghi di diverso spessore, finendo, una volta riuscita a produrre un foro abbastanza largo per far passare un ampio orecchino ad anello, per indossare ininterrottamente anelli ai capezzoli fin da quella data.[92] Un’altra testimone, di nome Ilse Berg, racconta che la madre le ha forato i lobi appena nata, e che, fin da piccola, “ho cercato di superare i miei limiti perforando diverse parti del mio corpo”.[93] Giunta ai tredici anni, nel 1979, racconta di essersi forata da sola i capezzoli, sperimentando diversi tipi di aghi e di orecchini, non sapendo niente di piercing.[93] Ha infine inserito nei fori appena fatti dei “vecchi orecchini”, affermando di essere guarita perfettamente.[93] Durante tutta l’adolescenza, spinta dalla madre a usare il corsetto, ha al contempo cominciato ad allargare i buchi delle orecchie e dei capezzoli, inserendo via via vari oggetti, fino ad arrivare, all’età di 19 anni, ad avere dei fori ai capezzoli della larghezza di 8 mm, in cui ha fatto inserire da uno studio di piercing un paio di anelli in acciaio molto pesanti, sostituendoli infine, un paio d’anni più tardi, con dei tunnel di 7 mm e dei nipple shields che sono diventati permanenti, poiché fatti saldare assieme.[93]

Tra fine anni settanta e i primi anni ottanta, i fumetti di Georges Pichard, celebre disegnatore di fumetti erotici, si fanno via via più espliciti ed estremi. Pichard, che nei suoi racconti di genere “sadiano” aveva iniziato a raffigurare bondage, punizioni e torture di ogni tipo inflitte alle sue eroince, comincia presto a raffigurare anche piercing estremi, compresi alle narici, al setto nasale, ai capezzoli, all’ombelico e alle grandi labbra della vulva (cui frequentemente pone dei lucchetti con la funzione di cintura di castità). Il primo fumetto di Pichard in cui fanno la loro comparsa piercing sessuali è Marie-Gabrielle de Saint-Eutrope, pubblicato da Glénat nel 1977.[94] In questo racconto vi sono numerose vittime di punizioni e torture, cui vengono applicati grossi anelli o lucchetti alle grandi labbra della vulva in funzione anti-masturbatoria e di castità, larghi anelli ai capezzoli e ancora grossi anello al setto nasale.[94] Le raffigurazioni esplicite di rapporti sessuali, torture e piercing, proseguirà anche in molte altre opere successive dell’opera di Pichard, anche pubblicate postume negli anni duemiladieci.

Negli anni ottanta il fenomeno si diffonde ulteriormente, seppure rimanendo sempre confinato per lo più a pratica estrema underground. È comunque una pratica da alcuni considerata legata alla pratica del tatuaggio, come estensione e complemento di essa, in soggetti ampiamente o completamente tatuati che si spingono a forare anche i capezzoli come completamento dell’opera di modificazione del proprio corpo.[95] In questi anni riviste di fotografia come Photo e Zoom cominciano a mostrare persone con piercing ai capezzoli. Nel dicembre 1982 ne tratta in italiano l’articolo Straziami, ma di spille saziami a firma Paolo Rinaldi, pubblicato dalla rivista Phototeca, anno III, n 9, ma l’autore riferisce per lo più il catalogo di bufale inventate da Richard Simonton, evidentemente già in circolazione da anni, senza aggiungervi alcunché di nuovo o di maggiormente attendibile.[96] Cecil Adams (presumibilmente uno pseudonimo che cela vari redattori), nell’edizione aggiornata del 1988 del suo The Straight Dope,[97] raccolta di articoli apparsi nella rubrica di domande e risposte omonima pubblicata dal 1973 fino al 2018 dal Chicago Reader, riporta la domanda di una lettrice che chiede informazioni sul piercing al capezzolo e dove farlo, interrogandosi se l’operazione può essere compiuta da un medico.[98] Il redattore risponde di rivolgersi a un piercer esperto facendo il nome del noto Gauntlet e riferendo che la stessa domanda è stata posta da almeno altre due lettrici.[98]

È in questo contesto che nel 1983 esce il film giapponese di genere pinku eiga, Chikubi ni piasu o shita onna (in giapponese La donna con i capezzoli forati), conosciuto internazionalmente anche il titolo Woman with Pierced Nipples, diretto da Shôgorô Nishimura, che è incentrato sul tema del piercing ai capezzoli e dove la protagonista, interpretata dall’attrice Jun Izumi, si sottopone al piercing dei capezzoli come rituale di sottomissione sadomasochista, dopo aver assistito alla medesima pratica su un’altra ragazza masochista membro del medesimo club in cui alla fine viene condotta anch’ella.

Tra gli anni ottanta e novanta del XX secolo, il piercing al capezzolo si diffonde anche nelle sottoculture punk, goth e industrial. Tra i musicisti che in quegli anni indossano questo tipo di piercing troviamo Genesis P-Orridge e l’allora moglie Paula P-Orridge (Alaura O’Dell).[7] La popolarità in ambito underground di questa e di altre pratiche di modificazione corporea, si deve anche e soprattutto alla pubblicazione del libro ReSearch 12: Modern Primitives[7] nel 1989. Nel volume sono presenti numerose interviste, immagini e descrizioni delle pratiche e delle procedure, e tali pratiche vengono così per la prima volta portate all’attenzione di un pubblico più vasto.[7] Ma sarà soprattutto negli anni novanta, che la pratica prenderà a diffondersi anche in ambito mainstream, grazie a celebrità, soprattutto in ambito musicale, che lo indossano ed espongono pubblicamente o che confessano di portarlo.

Tra questi il piercing al capezzolo appare nel libro fotografico Erotica, legato all’album omonimo, di Madonna e viene esibito da personaggi quali Tommy Lee;[99] Corey Taylor;[100]; Axl Rose; Lenny Kravitz[99][101], cui farà seguito, negli anni duemiladieci, la figlia Zoë;[102] Joan Jett.[103] Trova ampia diffusione anche nella moda e popolari supermodel lo esibiscono in fotografie di nudo o sulla passerella, indossando abiti che lasciano intravedere il seno scoperto. Tra le primissime a indossarne ed esibirne pubblicamente in fotografie o sfilate, vi è Sibyl Buck che, oltre ai capezzoli, portava anche piercing alla narice, al labbro, all’ombelico e nella cartilagine dell’orecchio.[104] Altra pioniera in questo campo è Erica VanBriel, modella belga che a una celebre sfilata haute couture primavera/estate del 1998 di Thierry Mugler (del quale è una delle muse) sfila indossando un abito da sera appeso ai piercing dei suoi capezzoli che lo stilista aveva confezionato appositamente per lei, una volta scoperto che la modella aveva i capezzoli forati.[105][106][107] Infine Tasha Tilberg, modella canadese che, negli anni novanta, esibisce svariati piercing, tra cui gli anelli a entrambi i capezzoli.[108]

In ambito pornografico il piercing al capezzolo e ai genitali, diviene un vero e proprio genere, e la pratica del piercing temporaneo (play piercing) parte dei giochi sadomasochisti. Il piercing al capezzolo, unitamente a quello del cappuccio della clitoride, diviene popolare anche tra svariate pornostar.

Anche in ambito cinematografico il piercing al capezzolo incomincia a comparire in numerosi lungometraggi mainstream durante gli anni novanta, preceduto dal cortometraggio underground Pierce del 1990, diretto dal regista e fotografo statunitense Richard Kern, che documenta il procedimento del piercing al capezzolo della protagonista, Audrey Rose. Tra i film: Il silenzio degli innocenti (The Silence of the Lambs) del 1991, in cui il serial killer indossa un piercing al capezzolo; Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino, in cui Jody (Rosanna Arquette), disquisisce a lungo della pratica del piercing e dei suoi pregi, dichiarando di avere svariati body piercing in 18 parti del corpo compreso uno nel capezzolo sinistro; il film indipendente Go Fish del 1994, dove le attrici Migdalia Melendez e Anastasia Sharp esibiscono piercing ai capezzoli; il lungometraggio Butterfly Kiss – Il bacio della farfalla (Butterfly Kiss) del 1995, in cui la protagonista Eunice (Amanda Plummer) indossa piercing a entrambi i capezzoli uniti da varie catene; il film Tromeo and Juliet, del 1996, in cui viene mostrata la procedura di piercing ai capezzoli della fidanzata di uno dei protagonisti.[109]

XXI secolo

Negli ultimi vent’anni la pratica, assieme ad altre forme di piercing, al tatuaggio e alla depilazione, si è definitivamente affermata come diffusa pratica di modificazione corporea mainstream. Molte sono le celebrità che esibiscono spesso piercing ai capezzoli in tutti i campi, dalla musica allo sport. Tra le tante celebri modelle che esibiscono piercing a uno o entrambi i capezzoli, vi sono: Alice Burdeu;[110] Agyness Deyn;[111] Freja Beha Erichsen;[111] Marloes Horst;[112] Abbey Lee Kershaw;[111] Jaime King;[113] Charlbi Dean Kriek;[114] Catherine McNeil[111] Cecilia Mendez;[1

10] Lara Stone;[110] Candice Swanepoel;[115] Erin Wasson;[110]; le sorelle Kendall[99][116] e Kylie Jenner.[117][118] Fra i celebri modelli troviamo invece Jivago Santinni.[119]

Il piercing al capezzolo è stato inoltre oggetto di attenzione da parte della stampa scandalistica, perché esposto in taluni contesti popolari da parte di personaggi celebri. La cantante Björk, per il suo video Pagan Poetry, diretto da Nick Knight, mostra immagini, distorte al computer, di play piercing, con perle che vengono cucite nella pelle, oltre a immagini altamente sfocate e distorte di fellatio ed ejaculazioni, personalmente girate dalla stessa cantante.[120] La cantante islandese inoltre indossa vistosi anelli inseriti nei capezzoli, ma si tratta di piercing temporanei, realizzati appositamente per il videoclip. Il regista ha affermato “volevo spogliarla”, “volevo mostrare la sua sessualità”, rivelando che l’idea è stata della stessa Björk, il cui concetto originale era quello di farsi cucire delle perle nei capezzoli, mostrando una donna che si prepara per il matrimonio.[121] In realtà la cantante indossa un vestito da sposa disegnato per lei da Alexander McQueen, che comprende piercing ai capezzoli uniti all’abito da fili di perle e fili di perle cucite nella pelle.[122] I vari play piercing che si vedono compiere nel video sono stati realizzati sui corpi di cinque ragazze scelte per le riprese, appassionate di sottocultura e piercing, sui cui corpi venivano inseriti degli aghi da un’infermiera e dei piercer esperti.[122] L’unico play piercing che si vede compiere sul corpo di Björk è quello in cui si cuce da sé un filo di perle nel lobo di un orecchio.[122]

Il piercing al capezzolo di Janet Jackson, ha avuto una considerevole attenzione da parte dei media durante il Super Bowl XXXVIII, quando la cantante statunitense ha scoperto il seno rivelando un nipple shield applicato a un piercing. L’incidente è stato umoristicamente chiamato Nipplegate.[99] Tempo addietro, nel 2000, la cantante era stata ospite dell’Oprah Winfrey Show, dove era stata interrogata a proposito dei propri piercing ai capezzoli dalla conduttrice Oprah Winfrey, che le aveva chiesto se era stato doloroso farseli fare.[123] Janet Jackson aveva risposto: “un po’, ma in modo buono”, aggiungendo anche che il continuo strusciare degli abiti contro i propri piercing ai capezzoli le procurava tanti “piccoli orgasmi” nel corso della giornata.[123] Anche la nipote, Paris Jackson, figlia di Michael è stata più volte ritratta dalla stampa scandalistica esibendo vistosi piercing ai capezzoli sotto la maglietta.[124]

Nicole Richie, figlia del cantante Lionel, ha fatto scattare un allarme all’Aeroporto Internazionale di Reno-Tahoe passando un metal detector con il suo piercing al capezzolo.[125] La cantante Pink ha avuto i capezzoli forati nel backstage dopo un concerto tenuto in Germania, alla presenza della madre.[126] L’intera scena è stata ripresa e più tardi pubblicata nel suo DVD Pink: Live in Europe.[126] Christina Aguilera ha avuto numerosi piercing, compresi ai capezzoli, che ha esposto in diverse foto in cui appare in topless.[111] In seguito ha rimosso tutti i piercing a eccezione del capezzolo destro.[99][127]

La cantante R&B Cassie ha entrambi i capezzoli forati,[128] autoscatti dove lei appare nuda, sono stati diffusi su Internet da qualcuno che li ha sottratti infiltrandosi nel suo cellulare, similmente a quanto accaduto alla cantante pop Rihanna,[99][129] le cui foto che mostrano il suo piercing al capezzolo destro sono state diffuse nello stesso modo.[130] In seguito la cantante è apparsa in numerose foto in cui indossa abiti trasparenti che lasciano intravedere il piercing o, nell’aprile 2014, apparendo in topless sul periodico Lui, storico emulo francese di Playboy, pubblicato fin dagli anni sessanta, fotografata da Mario Sorrenti.[131] Tali esibizioni di Rihanna sono state puntualmente oggetto di scandalo e la pubblicazione delle foto di Sorrenti sul profilo ufficiale di Instagram della cantante ne ha causato la rimozione e l’ammonimento da parte del social network.

Nel suo libro Bang Ditto del 2009, l’attrice Amber Tamblyn confessa di essersi fatta forare i capezzoli all’età di sedici anni, nella stessa settimana in cui ha vinto un premio Holywood Reporter per la sua partecipazione a una soap opera (General Hospital) e prima di essersi fatta il suo primo tatuaggio, una fatina sopra la caviglia destra.[132][133]

Nell’agosto del 2010 l’attrice Rooney Mara ottiene la parte di Lisbeth Salander nel riadattamento, a opera di David Fincher, di Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson.[134] Nel film il personaggio di Lisbeth Salander indossa svariati piercing. Per interpretare la parte l’attrice, oltre a essersi tagliata i capelli e tinta le sopracciglia, si è realmente sottoposta alla pratica dei vari piercing compresi quattro fori in ciascun lobo e in sopracciglio, narice, labbro e capezzoli.[135] L’attrice ha dichiarato di aver deciso di sottoporsi alla pratica per poter entrare maggiormente nel personaggio, pur non avendo mai avuto precedentemente alcun tipo piercing,[136] e che, mentre il piercing dell’orecchio è stato molto doloroso, quello al capezzolo non lo è stato per nulla.[137] La Mara ha in seguito rimosso tutti i piercing una volta terminata la lavorazione del film,[138] tenendo solamente il piercing al capezzolo destro, anche nella prospettiva di prendere parte a un sequel del film e non dover eseguire il piercing una seconda volta,[137][139] come infatti è possibile constatare anche nel film Una del 2016.

Tra le varie altre celebrità a indossare il piercing al capezzolo vi sono: la popolare presentatrice britannica di MTV Davina McCall;[140] la nuotatrice Federica Pellegrini, che nel suo libro Mamma, posso farmi il piercing? confessa di averne fatto uno al capezzolo sinistro per festeggiare il suo primo record del mondo ai Campionati Mondiali di Melbourne del 2007;[141][142] la tuffatrice e personaggio televisivo appartenente alla famiglia reale monegasca Pauline Ducruet;[143] l’ereditiera nipote di Ferruccio Lamborghini, Elettra Miura;[144] la blogger Chiara Ferragni;[145] l’attrice e modella Amber Rose;[146] la figlia di Bob Geldof, Pixie;[147] gli attori Jaye Davidson;[148] Neil Patrick Harris;[99][149] Tim Roth[150] il giornalista Evan Davis;[151] i musicisti Steve Vai;[152] Dave Navarro;[99][153] Mark Hoppus[154] e Bill Kaulitz;[155] Damiano David[156] e Victoria De Angelis[157] dei Måneskin.

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